Italy and Ethiopia: A Contested Imperial Project

This song, titled “YE AGAR FEKER TIZITAOU”, was recorded on a His Master’s Voice record after the Italian occupation of Ethiopia. The interpreters are listed as “EYOUEL WITH CHOIR” and the song celebrated the love for the homeland Ethiopia.

ITA

Italia e Etiopia: un progetto imperiale tra conquista e resistenza

Per decenni, le ambizioni espansionistiche italiane si indirizzarono verso l’Etiopia, un impero multilingue, multiconfessionale e politicamente complesso, che si distingueva nel contesto africano per la sua capacità di preservare la propria sovranità di fronte all’avanzata europea. Dall’età liberale a quella fascista, i disegni italiani sull’Etiopia rivelarono tanto la continuità dell’ambizione coloniale quanto i limiti della potenza italiana. Tali ambizioni si scontrarono con una resistenza determinata sotto il nǝguś Mǝnilǝk II, la cui guida militare e diplomatica culminò nel 1896 nella vittoria nella battaglia di ʿAdwa. Più che una sconfitta militare per l’Italia, ʿAdwa divenne il simbolo del fallimento delle pretese imperiali europee di fronte a uno stato africano capace di difendere la propria indipendenza tanto sul campo di battaglia quanto al tavolo delle trattative. Il suo significato rimane profondo anche oggi: la battaglia di ʿAdwa è tuttora celebrata in Etiopia come festa nazionale e rimane un simbolo di sovranità, resistenza anticoloniale e unità nazionale. Nel XX secolo, l’eredità di Mǝnilǝk fu raccolta dalla ǝtege Zäwditu e successivamente dal nǝguś Ḫaylä Śәllase I, che seppero coniugare negoziazione, diplomazia internazionale e gestione della politica interna per preservare l’indipendenza etiope di fronte al riemergere delle pressioni straniere.

In epoca fascista, la lunga aspirazione italiana al controllo dell’Etiopia si trasformò in un progetto di espansione imperiale. L’invasione del 1935-1936 fu alimentata dal desiderio di vendicare la sconfitta di ʿAdwa, dalla fiducia nella superiorità militare italiana, dal bisogno di Benito Mussolini, allora capo del governo, di recuperare prestigio dopo la crisi economica innescata dal crollo di Wall Street, nonché dalla pretesa del regime che gli italiani avessero bisogno di nuove terre per il lavoro e l’insediamento. In realtà, non furono esigenze demografiche a guidare questa impresa, ma ambizioni politiche e ideologia imperiale.

Il 3 ottobre 1935, l’Italia invase l’Etiopia, stato sovrano e membro della Società delle Nazioni. Ḫaylä Śәllase denunciò l’aggressione davanti alla Società delle Nazioni, la cui risposta si limitò a sanzioni economiche che si rivelarono inefficaci. Le truppe coloniali e italiane entrarono ad Addis Ababa il 5 maggio 1936; quattro giorni dopo, il 9 maggio, Mussolini proclamò la nascita dell’Africa Orientale Italiana (AOI), la nuova entità imperiale che riunì sotto il dominio italiano Eritrea, Etiopia e Somalia dal 1936 al 1941. Eppure, in molte aree, l’occupazione restò più formale che reale. In tutto il Paese, gli arbäññočč – i patrioti etiopi – organizzarono la resistenza armata, trovando sostegno nelle élite regionali, nella popolazione delle aree rurali, nelle reti urbane e in membri della Chiesa copta ortodossa. La Chiesa fu una forza che contribuì ad alimentare il sentimento anticoloniale, offrì legittimazione morale alla resistenza e, proprio per questo, divenne bersaglio della repressione.

La violenza fu un elemento centrale del dominio fascista in Etiopia. L’Italia impiegò l’iprite, pur essendo firmataria del Protocollo di Ginevra del 1925, che vietava la guerra chimica. La repressione raggiunse un punto di svolta dopo l’attentato al viceré Rodolfo Graziani del 19 febbraio 1937, compiuto da Abrǝha Däboč e Mogäs Asgädom, entrambi eritrei. La risposta italiana culminò nelle rappresaglie di massa ad Addis Ababa e, poco dopo, nel massacro di Däbrä Libanos, eseguito dalle truppe del generale Pietro Maletti su ordine di Graziani.

Fu anche la fase in cui il razzismo venne istituzionalizzato attraverso le leggi razziali della fine degli anni Trenta e dei primi anni Quaranta. In nome del “prestigio della razza”, le autorità fasciste introdussero misure volte a segregare italiani e africani, a limitare i contatti e a impedire il madamato – la pratica, assai diffusa, del concubinato tra uomini italiani e donne africane – e il meticciato, vale a dire la nascita di figli di ascendenza mista, spesso indicati con appellativi dispregiativi. Tali politiche, tuttavia, facevano parte di un più ampio disegno imperiale che mirava a coinvolgere le masse nell’impresa coloniale e a coltivare in esse una specifica coscienza imperiale. Al tempo stesso, l’impero doveva essere reso visibile: i suoi territori andavano esibiti, valorizzati e rappresentati come espressioni tangibili della potenza nazionale e come prodotto del lavoro, della conquista e dell’insediamento italiani. È all’interno di questo più ampio quadro rappresentativo e mediale del colonialismo italiano che va collocata la campagna di registrazione.

Questa mostra chiarisce come le registrazioni di musiche tradizionali del Corno d’Africa  appartenessero a un più vasto paesaggio sonoro dell’esperienza coloniale, legato a pratiche di registrazione, catalogazione e circolazione dei suoni che accompagnarono il progetto imperiale e contribuirono a rendere il Corno d’Africa fruibile alla percezione e all’immaginazione metropolitane.