THE MUSICAL CONTEXT

This version of the song “Antchi Lij” was recorded by Zeleqech Mamo on Columbia AOI. 74, you can hear an axcerpt of quite low audio quality

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LE MUSICHE E I LORO CONTESTI

Una delle principali forze ad aver plasmato lo sviluppo della musica in Etiopia è stata la Chiesa ortodossa. Gli inni attribuiti a qəddus Yared (San Yared) costituiscono una testimonianza plurisecolare dello zema (canto religioso) che risuona ancora oggi nelle chiese e nei monasteri. Il sistema di notazione indigeno, oltre a preservare la tradizione, favorì l’organizzazione del canto sacro in modi. Quest’impianto modale influenzò successivamente anche la musica profana, in cui i modi si cristallizzarono in quattro scale musicali, chiamate qǝññǝt. Tuttora, corrispondono a distinte modalità espressive e a specifici sentimenti. 

Insieme, quattro modi principali costituiscono la base di gran parte delle pratiche musicali moderne. I nomi dei quattro modi profani sono tǝzzǝta, bati, ančihoy e ambassäl. Basandosi sulla cosiddetta collezione Checchia, Francis Falceto e Stephanie Weisser hanno studiato i primi impieghi di questi modi nei repertori profani. Hanno stabilito che i termini bati e ančihoy erano già in uso negli anni ‘30, mentre tǝzzǝta e ambassäl sembrano essere elaborazioni più recenti.

L’azmari (pl. azmariwočč) – cantastorie, musicista, autore e interprete di poesia orale – è una figura dalle radici storiche profonde. Come racconta Simeneh Betreyohannes Gebremariam, pur coltivando legami con la Chiesa e con il potere politico, gli azmariwočč hanno mantenuto a lungo una notevole libertà espressiva, al tempo stesso ammirata e temuta. Nei contesti urbani, gli azmariwočč si esibivano negli azmari bet – luoghi di incontro e di performance – dove notizie e commenti circolavano rapidamente, raggiungendo le comunità. Questo potere comunicativo era particolarmente temuto dalle forze occupanti. Allo stesso tempo, le autorità italiane decisero di consentire la registrazione di molte di queste esibizioni. Le registrazioni della collezione Checchia, insieme ad altre raccolte coeve – pur non essendo le prime testimonianze sonore degli azmariwočč – offrono una straordinaria panoramica della creatività e del paesaggio sonoro che caratterizzavano il periodo.

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Un elemento centrale della poetica musicale è la pratica verbale del “cera e oro” (sämənna wärq). L’espressione racchiude l’idea che un significato superficiale (la cera) nasconda un significato più profondo e prezioso (l’oro), accessibile solo a chi possiede le chiavi per decifrarlo. Un esempio di questa tecnica espressiva è il brano Anči lǝǧ, registrato in diverse versioni nella collezione Checchia e accessibile tramite codice QR. La storia di questo pezzo è particolarmente significativa, come racconta con precisione Sylvia Pankhurst:

“Tradizionalmente, i canti profani venivano raramente conservati per iscritto, nonostante l’esistenza di un’antica scrittura capace di registrare sia le parole che la musica”, spiegava la scrittrice britannica e attivista antifascista, instancabile sostenitrice dell’indipendenza etiope, “ma se un canto colpiva il sentimento del popolo poteva diventare in pratica permanente grazie alla trasmissione da una generazione all’altra. Inoltre, sebbene molti canti abbiano una diffusione solo locale, alcuni si estendono all’intera provincia e, raggiungendo tutto il Paese, possono diventare parte del patrimonio nazionale. Si può citare una canzone popolare, dalla melodia accattivante: [Anči lǝǧ]. Composto durante i tristi giorni dell’occupazione italiana, esso simboleggia la madrepatria etiope, come ogni etiope sapeva.”
“Il canto loda la bellezza e delicatezza di una fanciulla che simboleggia l’Etiopia e recita: ‘Oh bella fanciulla, oh bella fanciulla, sei delicata e slanciata come una fine shamma…’. Questo è il ritornello. Il canto prosegue poi con versi improvvisati in rima, inseriti dai cantori o dai membri del pubblico, contenenti allusioni argute e frasi brillanti.”

Negli scambi tra l’Ufficio Politico e i funzionari fuori Addis Abeba, risalenti al 1937, il direttore dell’Ufficio, il colonnello Aldo Princivalle – figura che ebbe un ruolo importante sia nel riconoscere il valore culturale degli azmariwočč sia nella loro successiva persecuzione – mise in guardia sulla diffusione di un canto anti-italiano il cui titolo sarebbe stato “Schiava di Etiopia”. Anche se è probabile che Princivalle si riferisse a un brano già esistente, non si conoscono registrazioni con questo titolo in quel periodo. In ogni caso, l’allarme specifico si attenuò e non si estese a un brano come Anči lǝǧ. Le autorità italiane – incapaci di cogliere la ricchezza espressiva del “cera e oro” – permisero al pezzo di circolare e di diventare parte del patrimonio culturale che queste registrazioni hanno conservato fino a oggi.