PERSECUTIONS AND KILLINGS OF MUSICIANS
Listen to Zärihun Täsämma. Was he among the people who were deported in 1937 and came back in 1938?
Listen to Bälay Kása. Was he among the people who were deported in 1937 and came back in 1938?
ITA
LA VIOLENZA CONTRO I MUSICISTI
La violenza perpetrata dall’esercito italiano e dalle camicie nere dispiegate nei territori etiopici non risparmiò i musicisti. Il musicista più noto a morire per mano italiana in quegli anni fu probabilmente Bäläw.
Bäläw era celebre in Etiopia e anche oltre confine per la sua statura eccezionale. Le fonti dell’epoca lo descrivono alto circa 7 piedi e 5 pollici (circa 228 centimetri). Scelto dall’imperatore proprio per la sua imponenza fisica, al momento dell’invasione italiana guidava con la sua presenza la banda imperiale, suonando il tamburo rullante. Sembra che sia stato giustiziato dagli italiani nel maggio del 1936, dopo essere stato catturato insieme a un gruppo di patrioti.
Dopo l’attentato al viceré Rodolfo Graziani del 19 febbraio 1937 – nominato alla guida dell’Africa Orientale Italiana nel giugno 1936, dopo le dimissioni di Pietro Badoglio – le violente rappresaglie che seguirono colpirono, tra le prime vittime, eremiti, stregoni, indovini e cantastorie.
Secondo le autorità italiane, queste figure, “con le loro stupide profezie, tenevano in subbuglio aut quanto meno in perplessità [la] popolazione capitale”. Il comando militare centrale chiese conferma delle esecuzioni. “Assicurare con parola indovini”, ordinò Graziani.
Il termine “cantastorie” identificava senza equivoci gli azmariwočč e la loro attività. Lo confermano le numerose fotografie di azmariwočč conservate negli archivi italiani, accompagnate dalla didascalia “cantastorie”, talvolta “cantastorie nomade”: formule che riflettono il forte pregiudizio allora diffuso nei confronti del ruolo sociale dell’azmari. Un telegramma del 19 marzo 1937 riferiva che nella capitale erano stati fucilati settanta “indovini, cantastorie ed eremiti”.
Le persecuzioni contro gli azmariwočč furono coordinate dal colonnello Aldo Princivalle, allora responsabile degli Ufficio Politico e dell’Ufficio Informazioni del Governatorato Generale dell’Africa Orientale Italiana. In quei mesi convergevano nel suo ufficio i telegrammi inviati dai comandanti delle divisioni militari e dai governatori dei governatorati in cui era stato suddiviso l’impero; fu lui a redigere il computo complessivo poi riportato dallo storico Giorgio Rochat, pari a 1.877 esecuzioni. Questa cifra non distingueva tra indovini, cantastorie e predicatori, compresi i religiosi; perciò oggi è impossibile stabilire quanti musicisti siano stati effettivamente giustiziati o sottoposti a internamento.
Un particolare significativo è che negli elenchi dei deportati politici autorizzati a rientrare ad Addis Ababa nel 1938 compaiono due nomi – Zärihun Täsämma e Bälay Kása (riportati nella collezione Columbia rispettivamente come Zerihun Tesemma e Belay Kassa) – che figurano anche nella lista dei musicisti registrati nel 1939. Naturalmente potrebbe trattarsi di un caso di omonimia; tuttavia non è difficile immaginare che alcuni degli azmariwočč attivi ad Addis Ababa al tempo delle registrazioni avessero conosciuto gli aspetti più violenti e repressivi dell’occupazione italiana.
Nel mettere in atto rappresaglie e persecuzioni contro i musicisti, in che modo i soldati italiani decidevano chi fosse più pericoloso, chi dovesse essere eliminato e chi invece destinato al confino? Il criterio era legato alla loro stessa capacità di influenza, come dimostra un telegramma del 26 marzo in cui si legge che, nella capitale, “sono stati in buona parte eliminati, passando per le armi perché più pericolosi quelli che riscuotevano maggior credito et deportando altri.”
Nell’immagine riportata sul pannello, una fotografia di Bäläw è riprodotta a grandezza naturale. Al centro compare un’immagine conservata presso la Biblioteca IsIAO (Biblioteca Nazionale Centrale di Roma), accompagnata dalla didascalia “cantastorie nomade”.