Presentation of the Exhibition

90 YEARS OF SILENCE

RECONSTRUCTING, RETURNING, REACTIVATING A SOUND ARCHIVE OF THE HORN OF AFRICA

This is part of the 1976 “Stereo Instrumental” Records from Ibex Band. It is intended to bring the visitor into the soundscape of the exhibition

(testo in italiano sotto)

exhibition narrative

ITA

90 ANNI DI SILENZIO
RICOSTRUIRE, RESTITUIRE E RIATTIVARE UN ARCHIVIO SONORO DEL CORNO D’AFRICA

“90 anni di silenzio” racconta la storia di una collezione dispersa: un patrimonio sonoro ricomposto attraverso la ricerca collettiva, la curatela e la digitalizzazione, che trasforma ricordi frammentati in un’esperienza condivisa. 

Durante l’occupazione italiana dell’Etiopia (1936-1941), alla vigilia della Seconda guerra mondiale, ad Addis Abeba furono realizzate circa 350 registrazioni di musica tradizionale, che catturavano una straordinaria varietà di forme musicali e strumentazioni. Questa ambiziosa impresa coinvolse, tra le altre etichette, la filiale italiana della Columbia Records e procedette sotto la supervisione militare. 

Le registrazioni erano destinate alla distribuzione commerciale, ma il progetto fu interrotto dallo scoppio della guerra. Un piccolo numero di copie promozionali sopravvisse in circostanze disparate: alcune entrarono in collezioni private, altre riapparvero nei negozi di antiquariato e molte furono abbandonate in stanze polverose. 

Nessuna istituzione ha conservato la collezione nella sua interezza. Documenti recentemente individuati presso la Biblioteca IsIAO (oggi conservati presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma) indicano il tentativo di istituire una «Discoteca coloniale» (archivio sonoro coloniale) che un tempo contava circa 100 dischi, di cui ne sono sopravvissuti solo 28. Anche l’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi, l’ex Discoteca di Stato [archivio sonoro nazionale], conserva circa venti dischi correlati.

Grazie a un lavoro collettivo di ricerca e recupero, è stato ricostruito oltre l’80% del repertorio originale. I brani sono stati rintracciati, digitalizzati e catalogati, per poi essere restituiti come collezione digitale all’Agenzia Nazionale per gli Archivi e le Biblioteche – l’archivio nazionale dell’Etiopia. Questo processo condiviso e articolato in più fasi colma una lacuna storica. Ha incluso anche la trascrizione e la traduzione dei testi e, per alcuni brani selezionati, il restauro sonoro.

La ricostruzione di questo archivio sonoro non conclude il percorso di queste registrazioni, ma lo rinnova. Da un lato, le riattiva rimettendo in circolazione un patrimonio culturale di straordinaria ampiezza e complessità. Dall’altro, solleva nuove domande sulle biografie dei musicisti le cui voci e i cui suoni sono stati catturati, e sulle condizioni di registrazione sotto un regime imperiale imposto meno di un secolo fa.

La mostra – attraverso un percorso multisensoriale fatto di pannelli esplicativi, materiali visivi, contenuti audio e ricostruzioni dei dischi a 78 giri che hanno conservato questi suoni – mira sia a ripristinare l’accesso a tali registrazioni sia a fornire un contesto critico. 

I codici QR sono una parte fondamentale della mostra: scansionandoli, è possibile ascoltare le registrazioni, approfondire la conoscenza dell’archivio sonoro e accedere alle traduzioni dei pannelli.

L’impresa di documentare le espressioni musicali si svolse all’interno di un sistema di violenza e sotto il rigido controllo delle autorità italiane – le stesse autorità che, durante la campagna del 1937 contro i presunti nemici, imprigionarono e uccisero azmariwočč e altri musicisti. 

“90 anni di silenzio” mette in luce come l’occupazione abbia messo a tacere molti artisti, pur documentandone alcuni in modo selettivo quando lo riteneva opportuno. 

Di conseguenza, le registrazioni appartengono a una storia più ampia ed eurocentrica di documentazione musicale a livello mondiale, in linea con le pratiche di registrazione, catalogazione e diffusione dei suoni che accompagnavano i progetti imperiali. Tuttavia, esse fanno anche parte della lunga e complessa storia della produzione culturale del Corno d’Africa. Possono quindi essere riconosciute come espressioni di tradizioni musicali vive, dinamiche e tutt’altro che marginali.

La mostra interroga il ruolo delle collezioni sonore quando queste tornano nella sfera pubblica. Gli archivi non sono depositi neutri; sono strumenti in grado di riattivare memorie, responsabilità e narrazioni talvolta contrastanti. Quando resi accessibili, possono alimentare una riflessione critica sull’eredità delle operazioni culturali che hanno servito i regimi di potere. Allo stesso tempo, questo processo restituisce dignità e visibilità ai professionisti – spesso lasciati nell’anonimato o solo vagamente abbozzati – riconoscendoli come soggetti storici e detentori di una specifica conoscenza musicale, le cui voci continuano a risuonare nel presente.